Cara Frida…

Illustre Madame Kahlo,

la prego di perdonare l’impertinenza con cui le scrivo questa sera perturbando il suo eterno riposo.

Mi creda, non è nel mio interesse tediarla con quello che i miei cari definiscono dai tempi dello scoppio del mio primo follicolo “consueto vaginismo premestruo” ma viste le recenti vicissitudini che mi hanno vista protagonista non posso proprio esimermi dal contestare l’inesattezza della sua celeberrima poesia.

Non me ne voglia, convengo appieno con i contenuti dei suoi versi ma, vede, in epoca moderna, patria dell’inflazione, della fuga dei cervelli, dei contributi, dell’IVA, di Netflix, dei gruppi watsapp, degli aperitivi e quant’altro, capirà bene che “il sogno  il caffè e la poesia“, per quanto altisonanti, risultino oltremodo insufficienti.

Mi permetta giusto qualche appunto.

Meritiamo un amore che palesi il suo interesse attraverso sistemi che non prevedano l’utilizzo di like, cuori, smile, meme e poke.

Meritiamo un amore che visualizzi e che rispondi, possibilmente con frasi grammaticalmente corrette e di senso compiuto.

Meritiamo un amore che scriva “qual è” senza apostrofo, un amore in grado di chiudere ermeticamente la macchinetta del caffè e, perché no, all’occorrenza anche di prepararlo.

Un amore che contravvenga al suo rigidissimo iter alimentare per portarci a mangiare una pizza, un gelato, una graffa, o, nel dubbio, un “conograffa”e magari che mangi più di noi, così da non farci apparire come la versione femminile di Eddie Murphy nei panni del professor Sheldon.

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Meritiamo un amore che mantenga le sue promesse, che sia disposto al dialogo e che non fugga difronte  al confronto.

Un amore che ci dedichi attenzioni spontanee e minuscoli e disinteressati atti di carineria. Che ci faccia sentire desiderate nonostante le smagliature, la cellulite e l’elevata percentuale di massa grassa.

Un amore che ci apprezzi anche nelle nostre peggiori mise e che ci baci anche con il nuovo rossetto fucsia fluo indelebile che la commessa ci ha appena convinte a comprare perchè “Ommioddio questo è il colore dell’estate e ti dona tantissimo”

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Meritiamo un amore che non abbia paura di impegnarsi in una relazione seria, con tutto ciò che questo onere comporta, ivi incluso l’obbligo di esserci fedele e di presenziare alla festa di prepesionamento dello zio del nipote del fratello di nostra cugina di secondo grado.

Meritiamo un amore che ci supporti quando siamo nel giusto anche quando ciò significa andare contro l’opinione dei suoi cari (leggi mamma).

Meritiamo un amore che sia incline ad apprendere la nobile arte del “compromesso“. Perché “Sono fatto così” è una frase del cazzo inventata probabilmente da un uomo poco interessato che ha fornito ad altri uomini altrettanto poco interessati un comodo alibi da sfruttare per giustificare all’occorrenza il loro scarso interesse.

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Meritiamo un amore che abbia cura della sua igiene orale e intima, che non trascuri l’importanza dei preliminari e che pratichi sesso orale senza lasciarsi intimorire dalla presenza di una rada peluria (perché, caVi, la ceretta è funzionale solo sul pelo in ricrescita) e dal sapore del nostro secreto vaginale (tra le altre cose vi sconcerterà sapere che il vostro “spruzzo della felicità” non è sicuramente creme brulee ).

Un amore che faccia sesso protetto, che sappia cosa sia il clitoride e dove si trova, e che non ci chieda se siamo venute o meno perché a conoscenza dell’assioma fondamentale di geometria vaginale che asserisce che “Se devi domandarlo allora la risposta è NO”.

Un amore che ci sproni, che ci migliori, che ci renda felici (almeno per la maggior parte del tempo), che non ci faccia dubitare, un amore adulto, maturo, consapevole e tante altre cose ancora.

Un amore che non esiste, forse.

Ma che vale la pena cercare.

E nel frattempo, magari, consolarsi con il conograffa.

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What if

Mi piacerebbe svegliarmi alla sette senza il suono della sveglia.

Alzarmi dal letto dopo aver stropicciato un po’ gli occhi e correre in cucina a bere un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente con mezzo limone.

Mi piacerebbe sai, fare Jogging prima di colazione. Salutare con un cenno del capo gli altri impavidi colleghi corridori mentre la playlist sul mio cellulare va avanti da sola e io con lei, fino all’ultimo Kilometro, accompagnata dal ritmo di Ed sheeran e degli Eagle.

Tornerei a casa stremata ma soddisfatta inizierei a prepararmi la colazione.

3 albumi, due cucchiai di farina d’avena e una padella antiaderente. 30 secondi dopo i miei pancake sono pronti e fumanti. Una spennellata di marmellata 100% frutta e posso finalmente gustarmeli.

Potrei dedicarmi alle pulizie dopo. Quando tutti saranno andati a lavoro. Rassettare la cucina, rifare i letti, magari sì, dai, cambio anche le lenzuola. Metterò quelle di cotone.

La playlist sul mio cellulare continua ad andare. Adesso è il turno di George Michael e di Wake me up before you go go.

Alzo il volume e canto anche io, fino ad esaurimento fiato.

Sono già le 11. Adesso è ora di studiare. Il mio quaderno è perfettamente ordinato con penne multicolor che mi segnalano le divisioni per argomenti. Una carrellata veloce e poi si passa alle esercitazioni.

Lo yogurt magro placa l’appetito fino al pranzo.

Puntuale, alle 13.

Una tazza di caffè e sono subito pronta per la palestra. E poi la doccia, e poi lo spuntino di metà pomeriggio, e poi la cena e il pigiama nuovo e le coperte pulite.

Film o libro? Non lo so ancora. So solo che mi addormenterò come al solito prima delle 23.

Sotto il naso mi pizzica l’odore della tisana ancora calda allo zenzero e la vaniglia della mia crema per le mani.

Gli ultimi messaggi della buona notte ed è di nuovo buio.

 

Mi piacerebbe sai, essere così.

Essere un po’ meno del genere lazy e un po’ più healty.

Ma la verità è che io mi sveglio alle 10 e mi rotolo nel letto fino alle 11 o comunque finché il bisogno di svuotarsi della mia vescica non diventa improrogabile.

Perdo sempre i calzini nei meandri delle mie lenzuola completamente arrotolate ai piedi del letto e cammino a piedi nudi fino al bagno.

Le sole uova che potrei accettare per colazione sono quelle sbattute con il latte per fare i french Toast e il bicchiere d’acqua (ovviamente senza limone) servirebbe a sciacquarmi la bocca prima del caffè.

No, senza stevia. Con lo zucchero.

I capelli, lunghissimi, raccolti in un disordinato chignon che non ha nulla di casual-chic, gli occhi stanchi e gonfi, le mani rosse e screpolate che Dio, quando deciderò di comprare una crema sarà sempre troppo tardi. I piedi ancora nudi, i letti ancora sfatti.

Cazzo.

Volevo studiare questa mattina.

Vabbè, dai. Magari nel pomeriggio. Dopo scuola guida.

Com’era quella cosa dei pannelli integrativi? Devo riguardarmela.

E la palestra? Oggi hai gambe. O era cardio? Bho.

Magari sai cosa? Magari appendo.

Magari vado a bere una birra ghiacciata sul lungo mare. O è meglio un gelato da mennella? O tutti e due. Chissà.

Chissà, se fossi meno volubile.

Se fossi più costante, più organizzata, metodica.

Più fit.

Se fossi un po’ meno me stessa.

Un po’ meno sbandata, irregolare, frastagliata come gli scogli di questo mare ancora freddo, restio, come me, ad abbandonare l’inverno.

Forse, sai, sarebbe più facile starmi accanto.

E accattarmi.

Nei miei difetti, nelle mie imperfezioni.

Nelle mie mani rovinate.

Nei miei capelli ancora annodati.

E i piedi sempre nudi.

 

Cattivi professori

Mi è stato detto che non sono “brillante”.

Mi è stato detto quando avevo 16 anni, la pelle acneica e  indossavo le felpe col cappuccio.

Mi è stato detto di fronte a tutti i miei compagni di classe, senza un qualsivoglia motivo, a seguito della consegna di una verifica alla quale avevo preso 8 e mezzo.

La “professocessa” in questione (da questo momento in poi mi riferirò a lei con questo pseudonimo) commentò così il mio compito , quando un mio amico si complimentò con me per il risultato conseguito.

Lei non è brillante. Lei studia e basta. Tu hai molte più capacità di lei.”

Roba che dopo il classico e quotatissimo “studia ma potrebbe dare di più” questa è tipo la wish you were here delle frasi demmerda.

E il peggio è che me lo ripetee più volte nel corso degli anni. Sempre e rigorosamente dinanzi a tutti.

Per intenderci, io da adolescente non riuscivo neanche ad accettare l’idea che avrei sanguinato per cinque giorni al mese fino ad esaurimento uova, figurarsi  se potevo accettare anche l’ipotesi di  non essere brillante.

Brillante per lei.

Con la quale avevo i voti i più alti.

Brillante per lei.

Che insegnava la mia materia preferita.

Brillante per lei.

Alla quale ero più affezionata.

Non potevo sopportarlo.

Così feci quello che mi riusciva meglio: studiai.

Studiavo, leggevo, mi documentavo, analizzavo con minuzia anche i più trascurabili dettagli nel banale quanto vano tentativo di conquistare la stima di una donna che non faceva che guardare ai miei sforzi con arrogante superficialità.

E più mi impegnavo e meno era alta la sua considerazione di me.

E più studiavo e meno attiravo la sua attenzione.

In una malsana e inversa reciprocità che mi aveva sottratto quell’ultimo brandello di autostima cui un’adolescente con i fianchi larghi e la pelle acneica cerca di aggrapparsi.

“Dimmi che vado bene, dimmi che sono brava, dimmi che mi accetterai se sarò esattamente come vuoi tu.”

Mi diplomai con il massimo dei voti e non la rividi mai più.

Se la incontrassi adesso, per caso, in strada, in centro, al cinema, forse la fermerei.

Lei non mi riconoscerebbe, forse. O forse si, chissà.

Mi direbbe che sono cresciuta, che sono più alta, più bella, più donna.

Io le direi che mi sono laureata un mese fa, con encomio della commissione, che sogno di lavorare a Londra e che ho intenzione di prendere la patente.

Le direi che la fisica mi resterà sempre estranea ma che mi piace guardare le stelle.

Le direi che non so disegnare due rette perpendicolari su un foglio A4 ma che ho imparato a disegnare una linea “semidecente” di eylener sulle mia palpebre anche alle sei del mattino.

Le direi che non ricordo l’anno della fondazione dell’urss ma che non dimentico mai gli onomastici dei miei amici.

E forse non leggerò mai Joyce ma ho una collezione infinita di topolini.

E magari non riesco in nessuno sport ma so abbracciare forte.

E possiedo immaginazione, voglia di conoscere, spazi dove costruire. E poi sogni.

Sogni a non finire.

Le direi soprattutto di giudicare i suoi alunni per la loro preparazione, e non per le loro capacità.

Le direi che per incentivare un adolescente non occorre necessariamente sminuirne un altro, specie dinanzi agli altri.

Le direi che è più encomiabile chi raggiunge ottimi risultati impegnandosi duramente nello studio piuttosto che chi riesce per doti naturalmente (e a volte anche ingiustamente) ricevute.

Le direi che anche alla luce della mia ordinaria quanto mediocre intelligenza lei mi appare, ad oggi, esattamente per quello che è:

Una emerita testa di cazzo

Ma che in compenso, non dimostra gli anni che ha.

Sono sempre una signora, io.

Perdonami se…

Perdona amore i miei capelli troppo lunghi e folti, che non voglio tagliare, anche se rovinati. Perdonami amore perchè te li ritroverai spesso in faccia quando accoccolati in macchina ci ritaglieremo ancora qualche istante prima di tornarcene a casa. Che tu domani devi lavorare e io ho la sveglia presto per ricominciare a studiare.

Perdonami amore se mi addormenterò spesso, in auto, al cinema, sul divano, mentre mi racconterai del torneo di calcetto o dell’ultimo episodio di Gomorra. Perdonami se ti darò modo di pensare di essere noioso. Che la verità è che io di notte dormo poco e di giorno sogno troppo.

Perdonami amore quando mi chiederai dove andare e io ti risponderò  che per me è uguale anche quando uguale non è. Che speravo tanto di assaggiare l’oreo bianca in edizione limitata da birdy’s bakery ma non te lo dirò perché so che tu preferisci il salato. E allora andremo insieme in pizzeria e tu ordinerai il solito ripieno completo e imprecherai quando ti sporcherai la camicia di salsa, strappandomi una risata sincera.

Anche se mi sono indispettita perchè il cornicione è un po’ bruciacchiato. Anche se avevo voglia di dolce.

Perdonami amore se ti costringerò a guidare con una mano sola. Che con l’altra devi tenere la mia. Anche se è sempre fredda. Anche se fuori ci sono quattrocento gradi e tu hai caldo anche d’inverno e io d’estate giro coi golfini.

Perdonami amore se ogni tanto mi arrabbierò con te perché mastichi a bocca aperta o perché tamburelli la penna sul tavolo. E’ che in fase premestruo mi infastidisce tutto e il mio premestruo dura due settimane.

Perdonami perché sono insopportabile anche per le restanti due, per le quali però non dispongo di una giustificazione ormonale di cui avvalermi.

Perdonami amore per le ore spese alla Feltrinelli o alla Mondadori, ad annusare tutti i libri, a leggerne le prefazioni e le recezioni che a confronto quelli che aspettano le fidanzate fuori da Kiko ti sembreranno fortunati.

Perdonami perché ogni tanto mi dimenticherò di mandarti la buona notte. Perché ho bisogno dei miei venerdì sera al pub con gli amici e di un sabato sera  al mese, almeno,da sola, a guardare un film da donnine in streaming.

Perdonami perché non sono un granché brava ai fornelli. Anche se ho seguito tutte le stagioni di Masterchef e ho un debole inspiegabile per Bruno Barbieri. Ma se fingi di apprezzare la mia cucina ogni tanto potrei svegliarti con l’odore di un dolce fatto in casa, che con quelli me la cavo. E a te darò la fetta con più ripieno.

Rigorosamente di nutella.

Perdonami perché non posso accompagnarti in palestra. Che per te è una fonte di sfogo e per me è una tortura legalizzata.

Perdonami perché l’unico sport in cui riesco è il salto al divano e perché potrei correre solo per inseguire il camion dei gelati.

Perdonami perché scatteremo pochi selfie. Perché non sarà una foto profilo insieme a ufficializzare il nostro status di fidanzati e perché dai, lo ammetto, io odio il mio profilo destro. Ma ogni tanto qualche amico ci scatterà una foto d’improvviso mentre tu mi tappi il naso e io ti tiro i capelli. E ci sembrerà incredibilmente bella. Anche se io ho la bocca aperta e tu gli occhi chiusi

 

Perdonami se non sono come le altre mie coetanee. Perdonami se non vado in brodo di giuggiole per Christian Grey, se non ho mai letto (e mai leggerò) Twilight e non vedo Temptation Island.

 

Perdonami perché non ti farò mai sentire indispensabile.

Perdonami perché senza di te posso vivere.

Perdonami perché stare con te non sarà mai una necessità ma una scelta.

 

Perdonami amore, soprattutto perché mi scuserò sempre.

Per tutto quello che non sono e che non posso essere.

Perdonami tu che io a perdonare me stessa non sono tanto brava.

E insegnami come si fa ad amarsi.

E insegnami come si fa ad amarmi.

Anche se non dovessi esistere.

Anche se non ci incontreremo mai.

 

Promettimelo amore.

 

 

 

D.P.I.

Dispositivi di protezione inter-relazionali

Li chiamano Dispositivi di protezione Individuale (acronimo DPI).

In ospedale si individuano con questo termine tutti i prodotti aventi funzione di salvaguardia della salute degli operatori che ne fanno uso.

Guanti, mascherine, occhialini, per intenderci.

Vengono adoperati al fine di prevenire (o quantomeno limitare) il contagio tra gli utenti e il perpetuarsi delle infezioni, causa di aumento della durata della degenza e di conseguenza della spesa pubblica.

Non lo direste mai quanto facile sia infettarsi.

 

Una stretta di mano, uno starnuto, una semplice conversazione (anche a debita distanza) ed eccoti servito un pull di batteri.

Roba che i padri dovrebbero usarlo con le adolescenti per dissuaderle dal pomiciare con gli estrai in discoteca :” Ricorda che quando limoni con uno stai limonando anche con i suoi streptococchi.

Mi chiedo però, se persino adottando i protocolli, seguendo le procedure, indossando i guanti e le mascherine esiste un reale rischio di essere comunque contagiati, nella vita vera…cosa ci protegge davvero dalle infezioni? Come ci difendiamo dalle altre persone?

Paul Watzlawick, studiando gli aspetti pragmatici della comunicazione umana, arrivò alla conclusione che” non si può non comunicare“. Il modo in cui parliamo, il tono della voce, persino la posizione che assumiamo. Tutto trasmette qualcosa a chi ci è accanto.

In altre parole, che lo vogliamo o meno, tutto quello che diciamo (e che non diciamo) ha un impatto sulla vita delle persone.

E non sempre questo è un bene.

 

Ma se è pur vero che non possiamo esimerci dal contaminare e dall’essere contaminati è altresì possibile mettere in atto alcuni sistemi di “contraccezione sentimentale” per filtrare ciò che trasmettiamo e ciò che recepiamo.

Ognuno di noi da alle situazioni, alle persone, alle storie e persino alle parole accezioni diverse che dipendono dal proprio grado di percezione delle cose stesse.

Sotto quest’ottica appare chiaro che ciò che ci viene detto (o non detto) è il frutto di quanto elaborato da personalissimi e discutibilissimi sistemi di filtraggio e che per tanto non vanno presi come oro colato.

Le persone comunicano sempre, ma non sempre si intendono.

Giudizi, opinioni, amore, sentimenti, amicizia, sesso.

Sono solo parole alle quali ognuno da il significato che vuole.

Forse il trucco è questo. Forse l’acme del problema non sta tanto nell’accettare un modo di vedere diverso dal nostro. Ma nel non dare per scontato che sia sbagliato.

Quante frasi iniziamo con “Per me…” ma quante volte ci chiediamo invece “E per te?”

Cosa vedono i tuoi occhi che io non vedo?

 

Del resto la parola”norma” in statistica sta semplicemente ad indicare la variabile che si presenta con maggiore frequenza.

Ciò che è più comune. Ciò che capita più spesso.

Ciò che è desueto possiamo tranquillamente definirlo “non normale“.

Ma “sbagliato“, beh…quella è un’altra cosa.

 

Il caro Paul aveva ragione. Non possiamo non comunicare. Ma possiamo scegliere con chi.

Possiamo scegliere da chi essere contagiati.

Tutti possono infettarci ma solo alcuni possono arricchirci.

 

 

 

 

 

 

Mr. Shit

 

Che tu creda nel Karma, nella reincarnazione, nella salvezza ultraterrena, nella fata madrina o nel topolino dei denti, se sei una donna, indipendentemente dalla discutibile quanto deleteria diatriba circa la questione del “me lo sono andata a cercare” o “mi è piombato addosso all’improvviso come un brufolo in fase premestruo”, ti sei sicuramente imbattuta in Mr Shit.

 

Mr Shit, l’uomo sbagliato, quel figlio di buona donna, quello s*****o, o che dir si voglia, è un  caleidoscopico intruglio  di orrori e porcherie pronto a inzozzare la nostra autostima con le sue putride scorie, nocive per il corpo e per la mente quanto le foto di Belen in bikini su Instagram .

Di questo essere, purtroppo non mitologico, ma realmente ed attualmente occupante il suolo terrestre si distinguono molteplici varietà.

  • Il “Mr not-ready-shit”

Meglio noto come “Mr non sono ancora pronto”. È la sottospecie più comune ma non per questo meno degna di nota. È l’equivalente sentimentale di un centellinatore automatico.

Tu sei lì, desiderosa di una scorpacciata d’amore e quello ti dispensa attenzioni a piccole dosi che ti lasciano più insoddisfatta e affamata di prima.

Che poi anche tu dai. Mica puoi stargli sempre addosso. Lasciagli i suoi spazi.

Uscite solo da 18 mesi e lui ha rotto con la sua ex soltanto 4 anni fa e ha bisogno di tempo per fidarsi di nuovo, per innamorarsi.

Adesso lui vuole trovare se stesso e probabilmente vorrà farlo tra le gambe delle gnoccone che gli ronzano attorno e che a te ha sempre giurato e spergiurato essere solo sue AmichedelCuoreforever.

 

Stringi i denti e pazienta. Vedrai che un giorno tutto questo attendere porterà al conseguimento di una sana rottura. A seguito della quale lui si impegnerà seriamente con un’altra dopo pochi giorni evolvendo in “Mr-you told me you weren’t ready-shit“, ovvero in “Mr-mi avevi detto di non essere pronto”.

  •  Il “Mr serial fucker shit”

Che c’è chi diffonde il verbo e chi diffonde il seme.

Lo scopatore seriale è esperto di posizioni ma altrettanto refrattario a prenderne una.

Del resto devi essere proprio una grande egoista a non voler condividere con le altre il piacere della sua “compagnia”.

E lascia perdere la storia del “lui le insegnava a fare l’ Ammmmore e lei ad amare”.

La parola “legarsi”, per quest’uomo, è contemplata solo in un contesto bondage.

 

  • Il “Mr it’s not You”

Il “Mr non è colpa tua”. Tu sei perfetta, eccezionale, sei tutto ciò che ha sempre desiderato ma che per qualche motivo ignoto adesso non vuole più.

Vedi, lui non ti merita.Come Beyonce e Jay Z.

È la storia della Creme brulee. Tu sei un dolce delizioso ma lui vuole la gelatina.

Tu sei del Foie gras servito quando si ha desiderio di un panino con la mortadella.

Insomma, sei troppo per lui. Quindi lascia che ti molli per una donna che non lo faccia sentire sempre così inadeguato. Che poi questa sia anche più alta, più snella, e più tettona di te, fidati, sarà solo un caso.

 

  • Il “Mr married-shit”

Quello sposato.

Fidanzato, nella migliore delle ipotesi.

È la variante peggiore. Quello ammaliante e fascinoso quanto deprecabile.  Quello che “Mi sentirei in colpa nei confronti di mia moglie se ti invitassi ad uscire, non se ti portassi a letto.”

Che è coerente quanto l’idea di mantenersi vergini fino al matrimonio facendo solo sesso anale.

Come se il tradimento presupponga per forza un coinvolgimento sentimentale. Come se esplorare nuovi orifizi fuori dal letto coniugale per il semplice e mero soddisfacimento sessuale non fosse altrettanto riprovevole.

Quest’uomo vale quanto la sua parola.

Non rendetevi complici delle sue schifezze. Lasciatelo a moglie e figli.

E se proprio anche voi necessitate di qualcuno che vi scaldi il letto anche solo per qualche ora qualunque Mr Shit sarebbe meno Shit di Mr-married shit.

In alternativa,il mercato, offre innumerevoli varietà di giocattoli sessuali con cui dilettarsi.

Che magari mancheranno di calore umano ma che non vi costringeranno a correre dal medico per fare un Pap test nel timore di avere contratto chissà quale MST (Malattia-Shit-Trasmissibile).

 

Ovviamente l’elenco è ancora lungo.

“Mr-mammone-Shit”

Mr-se non ingoi ti lascio-Shit”

E una moltitudine di specie ancora da scoprire e analizzare.

Benché la natura disponga di un così vasto assortimento, una cosa accomuna tutti i Mr Shit.

Questi esseri immondi fanno delle insicurezze delle donne il concime perfetto per il loro lordume.

 

Il rimedio? Purtroppo non tutti i Mr Shit si palesano subito per quello che realmente sono ma quando lo fanno, quando il loro caratteristico olezzo inizierà a pizzicarvi le narici, c’è solo una cosa da fare:

 

prendere un bel respiro e tirare lo sciacquone.

Lasciate che annaspino insieme al vostro desiderio di cambiarli

Voi potete anche cospargerli di Chanel N5, questi sterco sono e sterco rimangono.

E lo so che si fa presto a parlare quando non si è emotivamente coinvolti. Che noi donne per amore siamo disposte a innumerevoli sacrifici, primo fra tutti la ceretta all’inguine.

Ma non scambiate l’amore con il dolore.

È shit non è cioccolata.

E se proprio non vi dispiacciono le maleodoranti essenze cospargetevi di fanghi d’alga guam.

Che almeno sono anticellulite.

 

 

 

 

Donne Bag

Esistono al mondo due tipi di donne.
Le donne “purse” e le donne “bag“.

Le donne-purse le riconosci subito.
Sono esemplari unici per grazia, fierezza ed eleganza. Passeggiano, in genere in branco, con fare sicuro e andatura lenta. Forti nei loro tacchi a spillo e cappotti marcati Burberry si pavoneggiano per la città con aria altezzosa e con la puzza sotto il naso (ovviamente di Chanel n5).
Queste creature si distinguono per una dote innata che le rende particolarmente attraenti agli occhi del pene-sapiens-sapiens:
la straordinaria capacità di avere sempre tutto sotto controllo.
Gli scienziati di tutto il mondo non riescono ancora a trovare una spiegazione a questo fenomeno ma pare che le donne in questione riescano a “strizzare” nelle loro minuscole, eleganti e griffatissime “purse” 4X4 tutto l’occorrente per far fronte a qualunque evenienza.
Ti si è scaricata la penna? Tranquillo, la donna purse ne ha sempre una di riserva.
Un’improvvisa emicrania ti sta rovinando la serata? La donna purse ha sicuramente dell’ibuprofene che può fare al caso tuo.
Devi andare in bagno ma hai dimenticato i fazzoletti? Se hai una amica purse, la catastrofe è scampata.
Pensi che donne così siano rare. Eppure sono sempre lì, davanti agli occhi delle altre comuni mortali. Pronte a farle sentire insignificanti e socialmente depredabili.
Semplici e inadeguate “Donne bag.”
Le comuni mortali, o “donne-bag” appunto, hanno doti (o per meglio dire non-doti) totalmente opposte alle donne purse.
Le donne bag hanno il rossetto sui denti e il Rimmel (che la commessa aveva giurato e spergiurato essere watherproof) che gli cola da tutte le parti già alle nove di mattina. I capelli ingrifati di chi non ha mai il tempo di sistemarseli, le scarpe basse di chi deve fare scatti felini alla Usain Bolt per non perdere il pullman al mattino e l’unico aroma di cui profumano è quello del Dove black and white di cui si cospargono le ascelle.
Nelle loro enormi e poco aggraziate “bag”, fuori luogo e poco estetiche a prescindere dal fatto che sia ora di panzo, aperitivo o cena, queste donne non riescono a metterci proprio na cippa de niente. E quel poco che ci fanno entrare (chiavi, portafogli e sigarette) non riescono comunque a trovarlo nel momento del bisogno. Le riconosci subito anche loro.
Sono quelle che restano sotto al portone tre ore prima di arrendersi e bussare al citofono. Quelle che in bagno sudano quattro camicie per “mantenere la posizione” e non sedersi sul water e si accorgono solo alla fine che la carta è finita. Quelle disorganizzate, impacciate, imbranate, che hanno fatto delle leggi di Murphy assiomi fondamentali della loro esistenza.
Inutile ovviamente specificare la mia categoria di appartenenza.