D.P.I.

Dispositivi di protezione inter-relazionali

Li chiamano Dispositivi di protezione Individuale (acronimo DPI).

In ospedale si individuano con questo termine tutti i prodotti aventi funzione di salvaguardia della salute degli operatori che ne fanno uso.

Guanti, mascherine, occhialini, per intenderci.

Vengono adoperati al fine di prevenire (o quantomeno limitare) il contagio tra gli utenti e il perpetuarsi delle infezioni, causa di aumento della durata della degenza e di conseguenza della spesa pubblica.

Non lo direste mai quanto facile sia infettarsi.

 

Una stretta di mano, uno starnuto, una semplice conversazione (anche a debita distanza) ed eccoti servito un pull di batteri.

Roba che i padri dovrebbero usarlo con le adolescenti per dissuaderle dal pomiciare con gli estrai in discoteca :” Ricorda che quando limoni con uno stai limonando anche con i suoi streptococchi.

Mi chiedo però, se persino adottando i protocolli, seguendo le procedure, indossando i guanti e le mascherine esiste un reale rischio di essere comunque contagiati, nella vita vera…cosa ci protegge davvero dalle infezioni? Come ci difendiamo dalle altre persone?

Paul Watzlawick, studiando gli aspetti pragmatici della comunicazione umana, arrivò alla conclusione che” non si può non comunicare“. Il modo in cui parliamo, il tono della voce, persino la posizione che assumiamo. Tutto trasmette qualcosa a chi ci è accanto.

In altre parole, che lo vogliamo o meno, tutto quello che diciamo (e che non diciamo) ha un impatto sulla vita delle persone.

E non sempre questo è un bene.

 

Ma se è pur vero che non possiamo esimerci dal contaminare e dall’essere contaminati è altresì possibile mettere in atto alcuni sistemi di “contraccezione sentimentale” per filtrare ciò che trasmettiamo e ciò che recepiamo.

Ognuno di noi da alle situazioni, alle persone, alle storie e persino alle parole accezioni diverse che dipendono dal proprio grado di percezione delle cose stesse.

Sotto quest’ottica appare chiaro che ciò che ci viene detto (o non detto) è il frutto di quanto elaborato da personalissimi e discutibilissimi sistemi di filtraggio e che per tanto non vanno presi come oro colato.

Le persone comunicano sempre, ma non sempre si intendono.

Giudizi, opinioni, amore, sentimenti, amicizia, sesso.

Sono solo parole alle quali ognuno da il significato che vuole.

Forse il trucco è questo. Forse l’acme del problema non sta tanto nell’accettare un modo di vedere diverso dal nostro. Ma nel non dare per scontato che sia sbagliato.

Quante frasi iniziamo con “Per me…” ma quante volte ci chiediamo invece “E per te?”

Cosa vedono i tuoi occhi che io non vedo?

 

Del resto la parola”norma” in statistica sta semplicemente ad indicare la variabile che si presenta con maggiore frequenza.

Ciò che è più comune. Ciò che capita più spesso.

Ciò che è desueto possiamo tranquillamente definirlo “non normale“.

Ma “sbagliato“, beh…quella è un’altra cosa.

 

Il caro Paul aveva ragione. Non possiamo non comunicare. Ma possiamo scegliere con chi.

Possiamo scegliere da chi essere contagiati.

Tutti possono infettarci ma solo alcuni possono arricchirci.

 

 

 

 

 

 

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