Cattivi professori

Mi è stato detto che non sono “brillante”.

Mi è stato detto quando avevo 16 anni, la pelle acneica e  indossavo le felpe col cappuccio.

Mi è stato detto di fronte a tutti i miei compagni di classe, senza un qualsivoglia motivo, a seguito della consegna di una verifica alla quale avevo preso 8 e mezzo.

La “professocessa” in questione (da questo momento in poi mi riferirò a lei con questo pseudonimo) commentò così il mio compito , quando un mio amico si complimentò con me per il risultato conseguito.

Lei non è brillante. Lei studia e basta. Tu hai molte più capacità di lei.”

Roba che dopo il classico e quotatissimo “studia ma potrebbe dare di più” questa è tipo la wish you were here delle frasi demmerda.

E il peggio è che me lo ripetee più volte nel corso degli anni. Sempre e rigorosamente dinanzi a tutti.

Per intenderci, io da adolescente non riuscivo neanche ad accettare l’idea che avrei sanguinato per cinque giorni al mese fino ad esaurimento uova, figurarsi  se potevo accettare anche l’ipotesi di  non essere brillante.

Brillante per lei.

Con la quale avevo i voti i più alti.

Brillante per lei.

Che insegnava la mia materia preferita.

Brillante per lei.

Alla quale ero più affezionata.

Non potevo sopportarlo.

Così feci quello che mi riusciva meglio: studiai.

Studiavo, leggevo, mi documentavo, analizzavo con minuzia anche i più trascurabili dettagli nel banale quanto vano tentativo di conquistare la stima di una donna che non faceva che guardare ai miei sforzi con arrogante superficialità.

E più mi impegnavo e meno era alta la sua considerazione di me.

E più studiavo e meno attiravo la sua attenzione.

In una malsana e inversa reciprocità che mi aveva sottratto quell’ultimo brandello di autostima cui un’adolescente con i fianchi larghi e la pelle acneica cerca di aggrapparsi.

“Dimmi che vado bene, dimmi che sono brava, dimmi che mi accetterai se sarò esattamente come vuoi tu.”

Mi diplomai con il massimo dei voti e non la rividi mai più.

Se la incontrassi adesso, per caso, in strada, in centro, al cinema, forse la fermerei.

Lei non mi riconoscerebbe, forse. O forse si, chissà.

Mi direbbe che sono cresciuta, che sono più alta, più bella, più donna.

Io le direi che mi sono laureata un mese fa, con encomio della commissione, che sogno di lavorare a Londra e che ho intenzione di prendere la patente.

Le direi che la fisica mi resterà sempre estranea ma che mi piace guardare le stelle.

Le direi che non so disegnare due rette perpendicolari su un foglio A4 ma che ho imparato a disegnare una linea “semidecente” di eylener sulle mia palpebre anche alle sei del mattino.

Le direi che non ricordo l’anno della fondazione dell’urss ma che non dimentico mai gli onomastici dei miei amici.

E forse non leggerò mai Joyce ma ho una collezione infinita di topolini.

E magari non riesco in nessuno sport ma so abbracciare forte.

E possiedo immaginazione, voglia di conoscere, spazi dove costruire. E poi sogni.

Sogni a non finire.

Le direi soprattutto di giudicare i suoi alunni per la loro preparazione, e non per le loro capacità.

Le direi che per incentivare un adolescente non occorre necessariamente sminuirne un altro, specie dinanzi agli altri.

Le direi che è più encomiabile chi raggiunge ottimi risultati impegnandosi duramente nello studio piuttosto che chi riesce per doti naturalmente (e a volte anche ingiustamente) ricevute.

Le direi che anche alla luce della mia ordinaria quanto mediocre intelligenza lei mi appare, ad oggi, esattamente per quello che è:

Una emerita testa di cazzo

Ma che in compenso, non dimostra gli anni che ha.

Sono sempre una signora, io.