What if

Mi piacerebbe svegliarmi alla sette senza il suono della sveglia.

Alzarmi dal letto dopo aver stropicciato un po’ gli occhi e correre in cucina a bere un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente con mezzo limone.

Mi piacerebbe sai, fare Jogging prima di colazione. Salutare con un cenno del capo gli altri impavidi colleghi corridori mentre la playlist sul mio cellulare va avanti da sola e io con lei, fino all’ultimo Kilometro, accompagnata dal ritmo di Ed sheeran e degli Eagle.

Tornerei a casa stremata ma soddisfatta inizierei a prepararmi la colazione.

3 albumi, due cucchiai di farina d’avena e una padella antiaderente. 30 secondi dopo i miei pancake sono pronti e fumanti. Una spennellata di marmellata 100% frutta e posso finalmente gustarmeli.

Potrei dedicarmi alle pulizie dopo. Quando tutti saranno andati a lavoro. Rassettare la cucina, rifare i letti, magari sì, dai, cambio anche le lenzuola. Metterò quelle di cotone.

La playlist sul mio cellulare continua ad andare. Adesso è il turno di George Michael e di Wake me up before you go go.

Alzo il volume e canto anche io, fino ad esaurimento fiato.

Sono già le 11. Adesso è ora di studiare. Il mio quaderno è perfettamente ordinato con penne multicolor che mi segnalano le divisioni per argomenti. Una carrellata veloce e poi si passa alle esercitazioni.

Lo yogurt magro placa l’appetito fino al pranzo.

Puntuale, alle 13.

Una tazza di caffè e sono subito pronta per la palestra. E poi la doccia, e poi lo spuntino di metà pomeriggio, e poi la cena e il pigiama nuovo e le coperte pulite.

Film o libro? Non lo so ancora. So solo che mi addormenterò come al solito prima delle 23.

Sotto il naso mi pizzica l’odore della tisana ancora calda allo zenzero e la vaniglia della mia crema per le mani.

Gli ultimi messaggi della buona notte ed è di nuovo buio.

 

Mi piacerebbe sai, essere così.

Essere un po’ meno del genere lazy e un po’ più healty.

Ma la verità è che io mi sveglio alle 10 e mi rotolo nel letto fino alle 11 o comunque finché il bisogno di svuotarsi della mia vescica non diventa improrogabile.

Perdo sempre i calzini nei meandri delle mie lenzuola completamente arrotolate ai piedi del letto e cammino a piedi nudi fino al bagno.

Le sole uova che potrei accettare per colazione sono quelle sbattute con il latte per fare i french Toast e il bicchiere d’acqua (ovviamente senza limone) servirebbe a sciacquarmi la bocca prima del caffè.

No, senza stevia. Con lo zucchero.

I capelli, lunghissimi, raccolti in un disordinato chignon che non ha nulla di casual-chic, gli occhi stanchi e gonfi, le mani rosse e screpolate che Dio, quando deciderò di comprare una crema sarà sempre troppo tardi. I piedi ancora nudi, i letti ancora sfatti.

Cazzo.

Volevo studiare questa mattina.

Vabbè, dai. Magari nel pomeriggio. Dopo scuola guida.

Com’era quella cosa dei pannelli integrativi? Devo riguardarmela.

E la palestra? Oggi hai gambe. O era cardio? Bho.

Magari sai cosa? Magari appendo.

Magari vado a bere una birra ghiacciata sul lungo mare. O è meglio un gelato da mennella? O tutti e due. Chissà.

Chissà, se fossi meno volubile.

Se fossi più costante, più organizzata, metodica.

Più fit.

Se fossi un po’ meno me stessa.

Un po’ meno sbandata, irregolare, frastagliata come gli scogli di questo mare ancora freddo, restio, come me, ad abbandonare l’inverno.

Forse, sai, sarebbe più facile starmi accanto.

E accattarmi.

Nei miei difetti, nelle mie imperfezioni.

Nelle mie mani rovinate.

Nei miei capelli ancora annodati.

E i piedi sempre nudi.